Ogni volta che si parla di autogestione c’è sempre qualcuno che obietta: «Belle idee, ma nella pratica non funzionano». Poi si va a Ruvo di Puglia e si incontra una comunità che organizza collettivamente il lavoro agricolo, condivide il rischio economico, decide in assemblea, costruisce infrastrutture comuni, trasmette conoscenze e distribuisce il raccolto.
Non è un’utopia.
È una Comunità che Supporta l’Agricoltura (CSA). Si chiama La Ràkene.
Il nome racconta già il progetto. In dialetto ruvese la ràkene è la grande rete che si stende sotto gli alberi per raccogliere olive e mandorle. Da soli non si riesce né a tenderla né a raccoglierla. Servono più persone. Bisogna coordinarsi, fidarsi gli uni degli altri, lavorare insieme.
È una metafora semplice, ma potente. Una comunità funziona allo stesso modo.
Quarantacinque famiglie e tre contadini coltivano insieme circa 4.500 metri quadrati di orto. Ma chi arriva alla Ràkene scopre presto che gli ortaggi sono soltanto una parte della storia. C’è chi costruisce un muretto a secco, chi impara a conservare i semi delle varietà locali, chi segue un corso di orticoltura agroecologica, chi partecipa a un laboratorio di ecologia politica, chi organizza attività per bambini, chi prepara le cassette della settimana. L’orto diventa il luogo in cui si ricostruiscono relazioni, conoscenze e responsabilità condivise.
È qui che la Ràkene smette di essere soltanto un progetto agricolo e diventa una questione politica.
Le CSA nascono da un’idea tanto semplice quanto radicale: il cibo non è una merce come le altre. Per questo chi partecipa non si limita ad acquistare il raccolto. Contribuisce a finanziare la stagione agricola, discute le scelte produttive, condivide costi, benefici e perfino il rischio del raccolto.
Se la siccità distrugge una parte delle coltivazioni, non è il contadino a pagare da solo il prezzo della crisi. Lo paga la comunità.
È una logica opposta a quella dominante.
Mentre il mercato scarica il rischio su chi lavora e concentra i profitti altrove, una CSA redistribuisce responsabilità e costruisce sicurezza collettiva.
Questa esperienza nasce in un momento in cui l’agricoltura italiana attraversa una crisi profonda. La grande distribuzione comprime i prezzi, la crisi climatica rende sempre più incerta ogni stagione, i costi aumentano, le piccole aziende faticano a sopravvivere e interi patrimoni di conoscenze contadine rischiano di scomparire.
La domanda, allora, non è se continuare a produrre come abbiamo sempre fatto. La domanda è se possiamo organizzarci diversamente.
Ma la risposta della Ràkene contiene anche una lezione che riguarda da vicino il movimento anarchico.
Per troppo tempo abbiamo lasciato che il termine organizzazione fosse associato alla gerarchia, alla burocrazia, al comando. Eppure una comunità che vuole produrre insieme il proprio cibo non può vivere di spontaneismo. Occorrono assemblee. Occorre programmare le coltivazioni. Occorre discutere un bilancio. Occorre distribuire il lavoro. Occorre assumersi impegni reciproci.
In altre parole, occorre organizzarsi.
L’alternativa al mercato non è l’improvvisazione.
È l’autorganizzazione.
La Ràkene dimostra che questa non è una formula teorica, ma una pratica quotidiana.
Per questo l’orto non basta.
Accanto alle coltivazioni troviamo corsi di agroecologia, laboratori sui semi, incontri di ecologia politica, attività artistiche, iniziative dedicate ai bambini, costruzione di muretti a secco, momenti di confronto con altre associazioni del territorio.
Una comunità non riproduce soltanto il cibo.
Riproduce anche i saperi, la cultura e le relazioni senza le quali nessuna esperienza collettiva può durare nel tempo.
La campagna di raccolta fondi Piantagrane, sostenuta da un’illustrazione di Zerocalcare ispirata alla frase di Ursula K. Le Guin «I mezzi sono il fine», nasce dall’esigenza di realizzare ombreggiature, migliorare le attrezzature e rendere l’orto più resistente agli effetti della crisi climatica. Vale la pena sostenerla.
Ma vale soprattutto la pena interrogarsi sul perché esperienze capaci di produrre cibo sano, tutela della biodiversità, lavoro dignitoso e relazioni sociali debbano affidarsi al crowdfunding, mentre il sistema continua a sostenere un’agricoltura sempre più dipendente dalla grande distribuzione, dalla finanziarizzazione e dallo sfruttamento del lavoro.
La Ràkene non è un modello da copiare.
Ogni territorio dovrà trovare le proprie colture, le proprie forme di cooperazione e i propri strumenti. Ma sarebbe un errore considerarla un’eccezione.
In Italia le Comunità che Supportano l’Agricoltura stanno crescendo. Sono ancora poche, fragili e spesso poco conosciute. Eppure indicano una direzione precisa: riportare la produzione del cibo dentro relazioni di fiducia, responsabilità condivisa e autogoverno.
Forse questa è la lezione più importante che ci arriva dall’Alta Murgia.
L’alternativa non nascerà soltanto nelle piazze o nelle manifestazioni. Dovrà prendere forma anche nei campi, nelle scuole, nelle officine, nelle case del popolo, nei quartieri. Ovunque uomini e donne decidano di organizzarsi per sottrarre pezzi della propria vita alla logica del mercato e costruire istituzioni sociali fondate sul mutuo appoggio.
La Ràkene non offre ricette da copiare. Dimostra che l’autorganizzazione non è un principio da proclamare, ma una pratica da costruire. Un orto, una cooperativa, una casa del popolo, una cassa di mutuo appoggio: ogni territorio troverà le proprie forme. La domanda, allora, non è se un altro mondo sia possibile. La domanda è molto più concreta: quale pezzo di società siamo disposti a costruire, insieme, sottraendolo alla logica del mercato?
Totò Caggese